Tra vigne, memoria e bellezza: 24 ore con Mastroberardino | Dalla storica cantina di Atripalda al silenzio del Radici Resort: 24 ore tra arte, vino e gesti d’amore
di Tonia Credendino
Sabato 22 marzo ho vissuto un’esperienza intensa, raffinata, profondamente autentica. Una giornata immersa nel mondo Mastroberardino, emblema di radici, territorio e visione.
Una Cru Experience costruita intorno ai sensi, alla bellezza e al tempo: il tempo della vigna, della memoria, della scoperta.
Mi ha accolta ad Atripalda Emma Basile, guida attenta e meticolosa, originaria di Calitri. Con passo sicuro e voce appassionata mi ha introdotta in un luogo che non è solo cantina, ma racconto liquido di una storia familiare lunga tre secoli. Fondata nei primi anni del Settecento, Mastroberardino è la casa vitivinicola più antica della Campania. La sede storica si trova nell’ottocentesca cantina di Atripalda, nel cuore dell’Irpinia. A guidarla oggi è Piero Mastroberardino, figlio di Antonio, il visionario che nel dopoguerra puntò sulla riscoperta e valorizzazione dei vitigni autoctoni irpini.
L’azienda è da sempre legata in modo profondo e autentico al territorio, un legame che si rinnova grazie alla continua ricerca, all’innovazione e alla sperimentazione, in un equilibrio virtuoso tra tradizione e futuro. Le tenute aziendali si estendono nelle zone più vocate della Campania: da Mirabella Eclano, cuore produttivo della famiglia, fino a Pompei, passando per Lapio, Tufo, Santa Paolina, Montemarano e altri comuni storici.
Geometrie, rigore e visione
La cantina Mastroberardino si apre come un labirinto ordinato e silenzioso, dove tutto ha una forma, un ritmo, una direzione. Ampi corridoi si snodano tra torri e piramidi di botti, disposte con una precisione quasi coreografica.
È impossibile non notare la pulizia estrema, l’ordine che rassicura, la simmetria che racconta dedizione. C’è rigore, sì, ma anche grazia: ogni elemento trasmette rispetto per il tempo, per il vino, per il lavoro.
L’esperienza è iniziata proprio lì, in bottaia, con un video proiettato su un maxischermo. Una sorta di apertura silenziosa, come un preludio. Le parole di Piero Mastroberardino scorrevano con intensità e lucidità, mentre lo spazio si riempiva della sua voce. Ha parlato di memoria e futuro, di responsabilità, di un’eredità che non va solo conservata, ma trasformata in visione.
Quel momento mi ha subito messa in ascolto: non solo di ciò che stavo per vedere, ma di una storia familiare che ha scelto di farsi cultura. Lì ho capito che il vino, per questa famiglia, non è mai stato solo un prodotto, ma un gesto di continuità, un atto di cura verso la terra e verso chi verrà dopo.
E tutto, intorno a me, sembrava confermarlo: le botti, il silenzio, la luce, l’ordine perfetto. Come se il futuro, qui, non fosse solo un progetto, ma qualcosa che esiste già.
L’arte che abita silenziosamente la cantina
Non cercavo nulla. Eppure, tra una sala e l’altra, sono stata sorpresa dà segni d’arte silenziosi, profondi, non annunciati. La Mastroberardino Art Gallery non è una galleria nel senso classico: non ha biglietti, né didascalie invadenti, non esiste un percorso tracciato. È un’idea diffusa, un progetto poetico e immersivo, nato per intrecciare il linguaggio dell’arte con quello del vino, in un dialogo muto ma costante.
Il progetto nasce dalla visione di Piero Mastroberardino, collezionista, sensibile promotore culturale e artista lui stesso, che ha voluto aprire la cantina al confronto con l’arte contemporanea. Un’apertura che non ha nulla di decorativo, ma che vive in profondità: le opere abitano gli spazi produttivi, si mescolano al ritmo della cantina, si offrono a chi ha voglia di guardare davvero.
Il risultato è un’esperienza unica, in cui l’arte accompagna il vino nel suo viaggio – e accompagna anche chi osserva, chi passa, chi sente. Mi sono fermata nella grotta di affinamento, sotto la cupola affrescata “Le nozze di Arianna” di Doina Botez, un’opera che vibra di colore e simboli dionisiaci, in perfetta armonia con l’energia del luogo. Poco più in là, una figura bronzea, ferma ma vibrante: “The Tissue of Time” di Coderch & Malavia, rivisitazione moderna del mito di Penelope. Una donna che tesse e aspetta, come la terra, come il vino.
Il caveau e il respiro della memoria
Tra i momenti più intensi della giornata, la discesa nel caveau di famiglia: un luogo raccolto, silenzioso, dove il tempo sembra essersi fermato. Le bottiglie, ricoperte di polvere sottile, riposano come pagine di un libro antico. Alcune risalgono al 1928, ma quella che più mi ha colpita è stata una: il Taurasi 1968, annata leggendaria, custodita come un segreto prezioso. Camminare tra quegli scaffali è stato come entrare in una biblioteca della memoria, dove ogni etichetta racconta una storia, un anno, un gesto. In quello spazio si sente forte il senso di cura e responsabilità che questa famiglia ha scelto di tramandare. Non è solo una sensazione: è un’impronta profonda, fatta di scelte, di visione.
Voci di vino: la degustazione
Tre calici, tre personalità molto diverse, e tutte, in un modo o nell’altro, mi hanno sorpresa.
La degustazione si è svolta in una sala che più che un ambiente tecnico sembrava un piccolo salotto della memoria, decorata con foto d’epoca, premi e oggetti di famiglia, come se ogni bottiglia lì dentro fosse parte della storia e non solo del vino.
Il primo è stato il Neroametá Campania IGT 2020 un bianco che bianco non è, o almeno non nel modo convenzionale. Nato da Aglianico vinificato in bianco, ha quella tensione fresca e quella verticalità netta che disorienta in modo piacevole. Sorprendente, elegante, luminoso, come se un rosso avesse deciso di sussurrare con grazia anziché alzare la voce. Una vera anomalia felice, da ascoltare con attenzione.
Poi è arrivato il Novaserra Greco di Tufo DOCG, più diretto, deciso, minerale, con una struttura che si impone e una personalità che non chiede conferme. Il sorso ha il carattere delle cose scolpite: pietra bagnata, pera, limone, con quella sapidità finale che sa di roccia e luce.
E infine, lui: il Redimore Irpinia Aglianico DOC 2022, un rosso intenso da cloni centenari a piede franco, profondo già al colore, intenso nel profumo e pieno di sfumature scure. Frutti neri, spezie, una nota tostata quasi affettuosa. Al palato è caldo, generoso, con tannini vivi ma perfettamente avvolti, e una chiusura che resta. Come una voce che, anche quando tace, continua a risuonarti dentro.
E io? Io ero lì, in mezzo a tutto questo, con il sorriso aperto di chi ha appena conosciuto tre nuove sfumature di sé.
Il Radici Resort: un’oasi di quiete tra le vigne
Dopo la visita alla cantina, mi sono diretta a Mirabella Eclano, nel cuore della tenuta di famiglia, dove sorge il Radici Resort: un luogo immerso in sessanta ettari di natura ordinata e silenziosa, con i filari che disegnano il paesaggio come fossero righe su un diario. Tutto intorno, solo quiete e luce.
Le camere sono distribuite in due edifici eleganti, e ognuna ha un’anima distinta: ambienti ampi, affacci ariosi, arredi essenziali ma raffinati. Tutto è estremamente pulito, accogliente, ordinato, con un’atmosfera che non cerca di stupire, ma di far sentire a casa. Una bellezza sobria, senza fronzoli: semplice, rigorosa, autentica.
Prima della cena, ho rallentato il passo. Mi sono regalata un momento nella spa: sauna, bagno turco, idromassaggio, tutto ovattato, raccolto, come un abbraccio. E poi, distesa nell’area relax, un calice di vino tra le mani. Sorseggiato piano, come si fa con le cose che contano. Un gesto semplice, ma perfetto, che in quel momento ha rimesso tutto al proprio posto: il corpo, i pensieri, il tempo.
La cena: autenticità e semplicità che emoziona
Nel dehors riscaldato del ristorante Morabianca si è svolta una cena che non voleva stupire, ma accogliere. Il menù “Balla coi lupi – Le tue cinque emozioni” ha portato in tavola una cucina che non si definisce gourmet, ma che conquista per la freschezza degli ingredienti, la cura nei dettagli e la naturalezza di un servizio attento e familiare.
Con il pane servito all’inizio ho assaggiato l’olio extravergine Arió Rave, blend di ogliarola e leccino: vellutato, con note di foglia di pomodoro, carciofo e salvia, e un finale tipico amaro-piccante che racconta le radici.
Il percorso ha preso avvio con un soufflé morbido e avvolgente al parmigiano, che nascondeva al centro un cuore tenero e sapido di carciofo, seguito da una cipolla ramata di Montoro ripiena, rustica e profonda nei sapori, impreziosita da salsiccia e pane di Bisaccia.
È arrivato poi un primo cremoso e delicato, riso Acquerello alle noci sorrentine e porcini, avvolgente nella sua semplicità, seguito da un piatto più deciso: i tagliolini al porro e zafferano, con baccalà in olio cottura che lasciava in bocca una nota lunga e rotonda.
Il secondo piatto è stato una coppa di maiale succosa, servita in una riduzione di Aglianico e accompagnata da una vellutata crema di patate e champignon.
Un piccolo pre-dessert fresco e discreto ha preceduto il finale, una crema catalana alla mela annurca, dolce ma non stucchevole, impreziosita da un biscotto friabile e aromatico al sale Maldon.
Ad accompagnare questo viaggio tra sapori sinceri, tre vini che hanno fatto da colonna sonora perfetta alla serata:
il primo è stato il More Maiorum Irpinia Bianco DOC 2017, un blend maturo di Fiano e Greco che racconta l’anima bianca della montagna irpina. Elegante e strutturato, con note di frutta candita, fiori gialli, una leggera speziatura e accenni fumé. Al palato è fresco, sapido, lunghissimo, con una persistenza che richiama frutta secca tostata e pietra viva. Un bianco che ti sorprende in profondità, come certi incontri che restano.
Poi è arrivato il Stilèma Fiano di Avellino DOCG Riserva 2019, e lì ho sorriso: un vino moderno con l’anima antica, che rende omaggio ai Fiano degli anni Settanta. Raffinato e minerale, ricco di sfumature sottili, con una freschezza naturale che avvolge il palato e ti accompagna piano.
E infine, a chiudere il cerchio, il Radici Taurasi Riserva 2017: un Aglianico austero e pieno di fascino, che parla la lingua della profondità e della memoria. Il frutto è maturo, i tannini vivi ma eleganti, e quella nota terrosa e speziata sembra raccontare in silenzio la storia della sua terra.
Alla fine, sul dessert si è accesa una piccola fiamma per il compleanno di mio marito un gesto semplice e tenero che sembrava fondersi con le luci soffuse della sera tra le colline.
Tra ciò che resta e ciò che verrà
Lasciare il Radici Resort non è stato semplice. Ho chiuso lentamente la porta della mia stanza nella Casa Gialla, con il cuore pieno. Una lacrima leggera ha sfiorato il viso, mentre i filari silenziosi sembravano trattenermi ancora. Mi sono incamminata da sola tra le vigne, senza fretta, solo per sentire ancora una volta quell’aria, quel silenzio, quella luce.
Tornerò. Quando le vigne saranno gonfie di grappoli e l’estate profumerà di uva matura. Perché alcuni luoghi non si possono vivere una volta soltanto: chiedono un ritorno.
Poi ho ripreso il mio cammino, direzione Calitri, con il cuore colmo di ciò che resta… e la voglia già viva di ciò che verrà.