Ristorante Iacobucci a Castel Maggiore, la cucina da non perdere di Agostino
Ristorante Iacobucci a Castel Maggiore
Via Ronco, 1
Tel.051 459 9887
Sempre aperto
Chiuso lunedì e martedì a pranzo
Seguiamo Agostino Iacobucci da quando era giovanissimo a bottega da Michele De Leo, stabiesi entrambi, uno dei migliori cuochi campani a mio modesto parere. Poi alla Cantinella di Napoli, la stella a I Portici di Bologna dove si è misurato con successo come executive di un bel progetto alberghiero a due passi dalla stazione.
La scuola di Michele De Leo ha fatto della cucina di Agostino un vero e proprio neoclassico mediterraneo, uno stile che si è affermato in Penisola Sorrentina sulla scia del Don Alfonso prima, poi Gennaro Esposito, Antonino Cannavacciuolo, Peppe Guida, Peppe Aversa, Ilario Vinciguerra e poi dilagato in tutta la Campania e in Italia dove sono al lavoro decine di cuochi campani. Si tratta di una cucina che ha come riferimento l’impostazione classica francese dove il cliente resta al centro per essere appagato con una cucina di orto e di mare principalmente.
La stella Agostino Iacobucci l’ha ripresa in questa stupenda villa alle porte di Bologna dove appare improvvisa come un’oasi in mezzo a rotatorie e centri commerciali e quest’anno ha fatto il bis anche all’Ancora di Cesenatico organizzato nei locali dell’ex Magnolia dove il figlio affianca l’executive. Non finisce qui: sua la gestione del Bistrot all’Hotel Cosmopolitan dove propone la cucina classica dell’Emilia Romagna.
Una famiglia compatta con un progetto gastronomico articolato su più versanti con successo.
Dicevamo della villa, bellissima, con una sala accogliente, comodo parcheggio, servizio professionale.
Il percorso che abbiamo fatto è un riassunto del repertorio di Agostino in cui il mare si esalta con le componente vegetale in maniera fresca, efficace, senza ideologiche acidità. I piatti dell’orto sono davvero ben eseguiti, dalla carota alla zucca, sono pensati e golosi, mai punitivi come spesso succede.
Quando passiamo alla pasta non c’è più partita. Sia lo spaghetto che la pasta fresca sono piatti che segnano lo zenit del percorso e puntano direttamente alla gola. L’unico piatto che non mi è piaciuto è la seppia in spuma d’aglio che va troppo a discapito della materia prima a parte l’uso della spuma che ormai è decisamente demodè.
Abbiamo parlato di mare e di orto, ma anche i piatti di carne riflettono la scuola di Iacobucci, con un gran finale con il famoso babà, ormai rinomato e che il nostro produce anche per Ducasse.
Complessivamente una esperienza da non perdere alle porte di Bologna, senza entrare nel traffico e facile da raggiungere in giusto rapporto fra qualità e prezzo. Chiudiamo con una menzione per la carta dei vini ben fatta.
Questo è il fine dining che non può conoscere crisi.