L’Ispettore Michelin / Tango

Pubblicato in: TERZA PAGINA di Fabrizio Scarpato

di Fabrizio Scarpato

Col cavolo che brucio le mie vecchie Adidas. Forse un paio di Reebok, in fondo chi si ricorda più delle Reebok. No, nemmeno loro meritavano quella fine, anche se, ammettiamolo, dal punto di vista simbolico, rispetto alle Adidas, non c’era paragone. Anzi pensai che quelle quattro scarpe, dimenticate in scatole di cartone sdrucite, esprimessero fino in fondo quel sentimento di avversione nei confronti dei corridori a intarsi fluo, coi lacci fluo, le maniche attillate fluo, i pensieri lampeggianti fluo. Cacchine, fluo. Non avrebbero capito un gesto così estremo: liberarsi di un paio di scarpe che negli anni avevano accompagnato amori e disamori, sbracamenti, imbrattamenti nella sabbia delle spiagge o nel fango dei boschi. Avrebbero detto banalmente che non erano più di moda: ma cosa ne sa dell’amore uno che corre. Perché l’amore ha un andamento lento, una qualche imperscrutabile affinità con la pigrizia, un’evidente sintonia con l’ozio.

Nemmeno l’orgoglio testardo fa bene all’amore. E infatti decisi di andare a correre, quella stessa mattina, presto, tanto per non perdere l’abitudine di farmi del male: riesumai la vecchia felpa grigia un po’ stazzonata, maglia con cappuccio e pantaloni cadenti sulle scarpe, pure troppo. Il berretto blu non mi mancava: sembravo Stallone in quel film di Avildsen, quando corre sulle scalinate di Filadelfia. Mi distinguevo tuttavia per un particolare: invece delle Converse, al piede destro portavo una Adidas, al sinistro una Reebok. Instabile, ma originale. Uscendo, volutamente non feci caso a Chabal che scuoteva il capo lisciandosi perplesso la barba, ma non potei evitare il sarcasmo di Babette: “Michelin, sembri Rocky stamattina: quante uova sbattute ti faccio?”. Ecco come si intitolava quel film: “Bastano un paio, e mettici un goccio di calvados, di quello buono”. In effetti, considerata anche la fetta di Tarte au Sucre appena tiepida, una vocina che mi invitava a fermarmi lì, farla finita e riflettere, in qualche modo l’avevo sentita, ma gonfiai il petto nella micidiale umidità mattutina del Vieux Bassin e feci per incamminarmi, quando una coda di cavallo bionda sfrecciò sullo sfondo, lasciando una scia frusciante, e fluo, lungo la banchina. “Si chiama Françoise” disse Babette, senza guardarmi, con un tono vagamente paraculo, buttandola lì quasi con rassegnazione, mentre riordinava il tavolo. Io la ammazzerei quando fa così, ma presi a correre, con un piglio e un passo sicuramente eccessivi.

La avvistai nei pressi di Sainte Catherine, la superai con un sorriso ebete lungo i tornantini che portano al Mont-Joly, la persi di vista a Notre Dame de Grace: il tempo di girare intorno alla cappella per tirare il fiato, che il carillon si mette a strimpellare, e il fatto che le note mi giungessero come un ovattato scampanio di cherubini, avrebbe dovuto in qualche modo mettermi in guardia, consigliando prudenza. Al ritorno al Vieux Bassin, dopo aver ignominiosamente accorciato il tradizionale percorso delle cacchine fluo, mi sentivo euforico, stupendamente rincoglionito, benché dolorante in ogni giuntura: “Bevi un succo di mele, mentre ti preparo qualcosa di caldo” disse Babette appena mi vide. Alzai appena, e con immenso dolore, l’indice della mano destra, esalando qualcosa di sconnesso in una sorta di impotente afasia: “ Col calvados, tranquillo” rispose con fare materno. La gora di sudore che inzuppava la datata felpa grigia s’era praticamente ghiacciata e i polmoni si ribellarono con un paio di profondi colpi di tosse. Quando Babette tornò con un bel Flip normanno, mi guardò negli occhi e con la più disarmante delle espressioni, quasi sorridendo d’affettuosità, disse “Michelin, tu hai la febbre…”. E mi afflosciai sulla schiena, come un canotto sgonfio sulla rena.

Alle donne qualche linea di febbre fa più o meno l’effetto di una smagliatura nel collant, sempre che se ne accorgano, prese come sono dalla loro insopportabile tendenza, geneticamente giustificata, a fare mille cose contemporaneamente: anzi a pensarci bene è certo più grave la smagliatura nel collant. Gli uomini, invece, affrontano anche un banale raffreddore un passo alla volta, e solo dopo aver potuto escludere con sufficiente sicurezza la necessità di un prete o del notaio per dettare le ultime volontà, rimandano tutti gli eventuali impegni per dedicare ogni stilla della residua energia alla cura di se stessi, ovviamente senza muovere un dito, anzi contando, quasi per diritto acquisito, nella solerzia e nella abnegazione di tutte le donne che fortunatamente o meno (dipende dai punti di vista) hanno qualche legame con loro. Io non faccio eccezione, pur nell’innegabile vantaggio di non avere un cazzo da fare e di essere circondato di sole donne. Certo non tutte sono come Babette che mi ha coccolato col suo potage de boeuf con le patate e con formidabili mele cotte, caramellate nel calva. Non potevo pretendere molto dalla inaffidabile disponibilità di mia sorella, la vicinanza della quale, almeno nella malattia, non è il massimo per via di quell’insistente puzzo di pesce che si porta addosso, tantomeno da mia madre, che come al solito va avanti per la sua strada senza il minimo scarto, tanto da portarmi, nei tre giorni di febbre, prima una Trippa alla Caen, poi un Piedino di maiale e infine una Fricassea di faraona che per fortuna aveva conosciuto una flambata di calvados, per quanto dozzinale.”Belìn quante balle… cosa sarà mai… mangia e alzati, belinone”: negli anni avevo capito che quel suo spiccio modo di esprimersi nascondeva esili venature di affetto, sotto una scorza di ligure durezza.

Fu così che in preda alle convulsioni dovute non tanto alla febbre quanto alla trippa, una mattina sognai di ballare, e di farlo da dio. Ancora tango, il ballo del mio destino. Nientemeno con Daiana Guspero tra le mie braccia. Io indossavo un gessato forse appartenuto a Miguel Angel Zotto: mi stava leggermente largo sui fianchi, venendo meno alla regola del tanguero con le maniglie dell’amore esondanti dal doppiopetto. Ma alla mia compagna sembrava non importare, affascinata com’era dai miei capelli impomatati e soprattutto dal mio naso che con quell’acconciatura risaltava in tutta la sua plastica potenza. La conducevo con gesto deciso, pervaso di quella estenuante, sincopata lentezza che porta i ballerini fino ad un limite sospeso, in bilico sul precipizio della passione. Daiana ora mi avviluppava morbida, ora mi calamitava nel baratro del suo corpo proteso, sbilanciato in avanti, a un attimo dalla resa. Guardava rapita i miei piedi che si muovevano furtivi, a destra una Adidas, a sinistra una Reebok. Io, più che altro, a causa di un gancho ardito, perplimevo se per caso non avesse dimenticato di indossare un piccolo indumento banale, per quanto fondamentale. Tuttavia, come un tutt’uno, intensi e complici, giungemmo al passo finale, in un tripudio di applausi di un pubblico uscito da chissà dove che chiamava a gran voce: “Françoise… Françoise… Françoise…”

Mi svegliai di soprassalto. Quella mattina c’era il sole: sul davanzale tre crisantemi, uno rosso, uno bianco e uno blu, raccolti in un fiocco giallo fluo. E un biglietto: “Guarisci presto e Allez les Bleus. Françoise”.


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