di Antonio Di Spirito
Alcuni giorno orsono si è tenuta a Roma, presso la sede della Stampa Estera a Palazzo Grazioli, una conferenza stampa congiunta fra Consorzio di Tutela dell’Aglianico del Vulture e quello dell‘Olio Extravergine di Oliva Vulture per la presentazione del progetto TwoEu, un piano di comunicazione triennale con il quale i due consorzi vogliono comunicare al mondo intero la bontà, l’alta qualità dei loro prodotti e le bellezze naturali del territorio, portare a conoscenza dei consumatori quanto siano importanti la qualità dei prodotti e le pratiche sostenibili.

Olio e Vino, si sono presi sottobraccio ed hanno elaborato un progetto triennale, finanziato dall’Unione Europea, che vuole promuovere i prodotti DOP di questo affascinante territorio sui mercati internazionali; una ricchezza enogastronomica, diffusa nell’intera regione, molto poco conosciuta, della quale il Vino e l’Olio Extravergine d’Oliva rappresentano le eccellenze del territorio.

Franceso Perillo, Presidente del Consorzio dell’Aglianico del Vulture, ci da numeri e dimensioni del comparto Vino Lucano: “Il consorzio nasce nel 1971, è composto da 35 viticoltori-cantine, distribuiti in 15 comuni, e conta su oltre 300 soci, perché del consorzio fanno parte anche i viticoltori conferitori. Noi siamo nel nella parte nord della Basilicata, nel territorio del Vulture”.
“Per questo progetto – prosegue il Presidente del Consorzio del Vulture – Abbiamo stanziato un budget di oltre 800.000 € per attuare un piano di comunicazione che include diverse azioni, campagne di relazioni pubbliche per costruire relazioni solide con influencer e media chiave nel settore enogastronomico, attraverso i seguenti punti:
- Una presenza costante e dinamica sui social media, per condividere contenuti multimediali, video educativi, video in diretta e interattivi, mirando a costruire una community di appassionati e curiosi;
- Partecipazione a fiere internazionali, dove il nostro vino e il nostro olio saranno protagonisti di degustazione e incontri Be2Be.
- Pubblicità mirate sia online che outdoor, per catturare l’attenzione in momenti chiave dell’anno come le festività e la stagione di autoconsumo.
- Inoltre, stiamo sviluppando materiali promozionali multilingue che saranno distribuiti durante gli eventi e via digitale, per assicurare che il messaggio del Vulture sia comprensibile a tutti, indipendentemente dalla lingua.
Antonietta Rucco, in rappresentanza del Consorzio di tutela dell’Oleodop del Vulture è venuta a testimoniare la forte convinzione nel progetto, “… perché si tratta dell’Unione di due realtà che condividono il territorio, la storia, ma soprattutto l’impegno per la promozione del territorio e dei suoi prodotti”. Il Consorzio è nato nel 2011 e nel 2012 ottiene il riconoscimento ministeriale. È un consorzio giovane ma molto attivo.
“Inoltre – continua la Dott.ssa Rucco -L’olio DOP del Vulture è ottenuto principalmente dalla cultivar più diffusa nella nostra zona, l’Ogliarola del Vulture, cultivar autoctona che domina le pendici sud orientali del Monte Vulture sin dal 65 a. C., che dà un olio che si qualifica come fruttato medio, è di colore giallo ambrato con riflessi verdi ed ha note erbacee e di mandorla. È inoltre un olio ricco di polifenoli, (gli antiossidanti) ed è prodotto seguendo le regole di un rigido disciplinare di produzioni”.
Prima di dichiarare la sua convinta sponsorizzazione e partecipazione al progetto, Gerardo Giuratrabocchetti taccia una ricostruzione storica e culturale della viticoltura in Basilicata, sottolineando l’importanza assunta dalla regione per le sue profonde radici nella viticoltura italiana ed europea, nonostante le sue dimensioni ridotte: 10.000 km², con più del più del 40% di montagne e 35% di boschi
Per quanto riguarda il vino, la zona del Vulture era parte integrante di quel territorio che, già nell’undicesimo secolo a. C., era denominato Enotria. L’origine di questo nome deriva da “Enos”, vino e “Oinotron”, il bastone del gregge; l’unione di queste due parole stava ad indicare una coltivazione bassa della vite, sostenuta da un bastone.
Nel settimo – sesto secolo a. C., arrivano i greci, riscoprono questo mondo con le loro tradizioni, dove si può vivere meglio e ne fanno una loro colonia.
Successivamente c’è stata una forte contaminazione degli Etruschi, che tentano di introdurre la coltivazione della vite maritata all’olmo od altri alberi vivi come tutore. Infine arrivano i Romani che riaffermano la coltivazione della vite con il tutore morto.
Le condizioni politiche cambiano, ma il Vulture diventa sempre più un luogo di produzione importante del vino. Lo scoprono in tanti che la zona era altamente vocata; lo stesso Carlo d’Angiò dopo l’epoca Normanno-Sveva! Poi accadde un episodio che ha fortemente segnato la storia della regione, un episodio purtroppo ricorrente nel Vulture. Il terremoto del 1456 fu devastante; distrusse molti paesi e gli Aragonesi chiamarono in soccorso i soldati albanesi. Pochi anni dopo i Turchi invasero l’Albania ed altri Albanesi arrivarono nel Vulture a ricongiungersi con quelli già presenti; gli Albanesi conquistarono spazi nelle case e nelle terre abbandonate dei paesi che erano stati distrutti dal terremoto e li ricostruirono.
E fu così che questi ultimi, attraverso la coltivazione dell’aglianico, si integrarono nel territorio e trovavano una dimensione economica e sociale. Il vino veniva conservato nelle grotte di tufo, la cui formazione risale alla esplosione del vulcano 136.000 anni fa seminando lapilli di tufo dovunque nella zona circostante. Per questa ragione, neanche in caso di siccità, le viti non vanno in sofferenza: il tufo rende un po’ di acqua alle piante.
“E cosa dire della biodiversità – prosegue Giuratrabocchetti – che esiste nel vulture, una delle più importanti del mondo; in una condizione microclimatica così particolare noi abbiamo 8600 specie di insetti diversi; vivono insieme farfalle tropicali e farfalle alpine. C’è una farfalla che è presente da 20 milioni di anni e non si è dovuta adattata al luogo: è un relitto; è esattamente la stessa da 20 milioni di anni, che ha superato emersione, glaciazione, eruzioni, terremoto ed è rimasta identica a se stessa fino ad oggi; solo la perfezione della natura è capace di tanto!”.
Ed ancora: “Questa è una terra che ha dato tanti migranti in giro per tutto il mondo; chi è rimasto qui è il vero eroe secondo me. Si parla sempre di viticoltura eroica; ma pensiamo a gente che deve vivere di uva, di un vitigno molto sensibile alle malattie, che è il più tardivo nella raccolta; è una viticoltura costosissima!
La domanda è: Se non lo fai per passione, perché lo fai?
Negli anni 70 nel Vulture c’erano 16.000 ettari di vigneti; oggi ne sono rimasti 1.200. Questo significa spopolamento delle campagne, significa spopolamento sociale, significa che i nostri figli sono andati a studiare e sono rimasti fuori, significa che dobbiamo affrontare le difficoltà di una scarsa conoscenza sul territorio”.
Dopo tanta puntuale ricostruzione storica e la successiva analisi del panorama attuale, è arrivato l’accorato appello:
“Forse non riusciamo a sovvertire questo andamento negativo, ma attraverso questo programma, cerchiamo almeno di contenerlo! Dobbiamo riscoprire le nostre radici, dobbiamo riscoprire la nostra storia, perché ne abbiamo da vendere. Abbiamo l’orgoglio di appartenere ad una terra immortale ed abbiamo la voglia di accogliere. La speranza nostra è quella di costruire un percorso che permetta, quindi. di far conoscere questa terra, di riscoprirla, di raccontare che le radici dell’agricoltura italiana ed europea sono in Basilicata.”
Giuseppe Calabrese, noto volto televisivo della Linea Verde domenicale, osserva che mancano alcune cose. “Per esempio manca strada del vino e manca la strada dell’olio. Ma soprattutto, manca la consapevolezza di vivere in un posto meraviglioso”.
Anche Luciano Pignataro, trascinato nella discussione quale persona informata dei fatti, qualificato da lunga militanza, ha dato alcuni consigli:
“Oggi il vino sta sul banco degli imputati perché viene equiparato all’alcol, mentre l’olio, per fortuna, è sinonimo di salute. Noi abbiamo una visione più complessa. Io penso che il vino fa bene alla mente, mentre l’olio fa bene al corpo; questa è la chiave. Anche la carne rossa fa male, ma una volta ogni tanto si può mangiare. Questo programma deve colmare il deficit della comunicazione del recente passato e deve spiegare la complessità in maniera semplice ed emozionale; deve parlare delle radici del passato; e, soprattutto, evidenziare ciò che è rimasto vivo del passato, perché quello è la modernità”.
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