La fine della stampa al Festival della Mente. Da Gutenberg a Google: i libri e i panini non muoiono mai

Pubblicato in: TERZA PAGINA di Fabrizio Scarpato

di Fabrizio Scarpato

Gli hikikomori sono ragazzi che hanno deciso di isolarsi, di fuggire la realtà e la società, per farsi inghiottire dalla rete. Scompaiono, di fatto, alla vista del mondo.
Allo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas negli ultimi tempi succede sempre più spesso di chiudersi in casa per immergersi e perdersi in una realtà virtuale.
L’editore Samuel Riba, infatuato del web, ha deciso di decretare la fine della stampa, la morte della letteratura: a Dublino ci sarà il funerale del libro di carta, che definirà il passaggio epocale da Gutemberg a Google.
Personaggi immaginari, scrittori reali e lettori veri o presunti, tutti presenti nel Chiostro di San Francesco, a Sarzana: il Festival della Mente corre sul filo tra realtà e finzione, in cerca di una verità.


Questa cosa del passaggio epocale carta – web mi intriga: cerco una qualche risposta, un filo rosso che annodi le cose. Vila-Matas è scrittore della “scomparsa”: ci sono scrittori che ogni giorno intraprendono un viaggio verso l’ignoto e tuttavia rimangono tutto il tempo seduti in una stanza. Le porte delle loro camere sono chiuse, non si muovono mai, ma nonostante ciò, il confino offre loro l’assoluta libertà di essere chiunque vogliano essere, di andare dovunque li portino i loro pensieri. Non c’entra Salgari, c’entra la solitudine dell’artista, buchi neri dai quali non si riemerge. Scomparire per ritrovarsi, altrove. Ecco, nel nuovo romanzo Dublinesque, par di capire, a scomparire è il libro, la stampa. Da Gutenberg a Google. Sembra però un falso allarme perché in realtà non muore niente: perché tutto rinasce rinnovato.
Ecco, se siete arrivati fin qui, già vi chiederete dove si vada a parare: beh, me lo son chiesto anch’io, comunque fiducioso, come spero anche voi.
L’editore Riba non ne può più della letteratura da best sellers, non accetta passivamente una realtà preconfezionata e distante, che il mercato gli impone: insegue il momento in cui il lettore comincerà ad interagire con lo scrittore. Lettura come scrittura: co-protagonista il lettore ideale, attivo e di talento, che cerca lo scambio di esperienza col romanzo, un lettore mentalmente disponibile a spostare continuamente il punto d’incontro con l’autore, in un divenire creativo. Non è un problema di scontro tra stampa e tecnologia, dice Vila-Matas: prima di discutere dove scrivere sarebbe bene mettere a fuoco cosa e come. Insomma attenzione al contenuto prima che al contenitore.
Gutemberg e Google convivono: il funerale dublinese si trasforma in una festa, in nuovo fermento letterario. Il libro non muore: se il libri scomparissero, prima o poi qualcuno salterebbe su con la grande epocale novità: l’invenzione del libro, dice lo scrittore tra gli applausi. Scomparire, ma per rivivere altrove.


Bene, come va? Potete tirare un bel sospiro, prima di chiedervi: e Google? La sovrapposizione tra lettura e scrittura dove e come avviene?
Ormai siete arrivati fin qui: proviamo a fare delle ipotesi. Prima, però, salite su una sedia (teniamoci “bassi”) perchè, come dice il maestro Baricco, è dall’alto che si vedono meglio le cose.
Ci avevano detto che la nostra era la civiltà della tecnologia e della comunicazione veloce, per immagini e parole: invece come non mai oggi si scrive e si legge. Si scrive sui telefonini, nati per parlare, si scrive sui computer, nati per elaborare. Noi stessi qui ora, in un blog, leggiamo e scriviamo. Produciamo documenti ad estensione .doc, con essi costruiamo un vero e proprio mondo.doc. Esplosione di memoria, archivi che sono cultura, identità. Non sembra anche a voi di intravedere qualche cambiamento somatico, qualche mutazione nell’animale lettore, forse una pinna, una squama?
L’intraprendenza editoriale, la capacità di fornire supporti per sviluppare la complicità creativa tra lettore e scrittore, sembra instillare una nuova sensazione di spazio e tempo, una mutazione che darà un nuovo senso alla letteratura, che non è mai qui e ora, dice Vila-Matas: bisogna sempre cercare altrove, trovarla o inventarsela di nuovo. E non importa dove si legge né dove si scrive, siano pagine di carta o pagine elettroniche. Ora il nuovo essere lo puoi vedere: è un mutante, una sorta di pesce che respira con le branchie di Google (cit.). Fine del volo.


Domande?
Ah, potete scendere dalla sedia: tranquilli, il peggio è passato.
Ci sono domande? La signora in prima fila alza la mano, con una invidiabile sicurezza afferra il microfono: a me piace la fisicità del libro, dice, mi piace sfogliarlo, toccarlo; viceversa la rete è distante. Ecco, direi che il libro è interiorità, il web esteriorità.
La signora è una romantica: per lei la realtà è quella che pensiamo, dipende da noi. Brusio di apprezzamento. Occhio che qui finalmente comincia la discesa.
Vila-Matas vaga un attimo nel vuoto coi suoi grandi occhi. Poi dice: Matisse.
Està un pintado de Matisse: una finestra aperta sul mare, si vede la stanza e si vede il mare. L’interno che si espande verso l’esterno, quest’ultimo che entra violento nella stanza: a seconda del tuo stato d’animo prevale ora l’uno, ora l’altro. Movimento dell’anima. Dislocazione di senso.
E’ un quadro, è una sintesi non precisamente realistica, forse è immaginazione, ma questa è la letteratura della nuova epoca.
Mi viene in mene un’ intervista in cui lo scrittore spagnolo parla di “incastri” (dove ho già sentito questa parola…) : tra Joyce e Simenon, tra sperimentale e tradizionale, tra innovazione e qualità, tra facile e difficile, comunque oltre i generi, oltre i luoghi comuni, oltre il tempo. Oltre.
Azz.. forse ci siamo: editare significa consentire uno scambio tra scrittore e lettore sull’onda dell’immaginazione, della suggestione, spesso più vera della scrittura realistica, in altre parole della poesia, in un’andata e ritorno tra carta e rete, tra stili diversi, tra luoghi diversi, tra interiorità ed esteriorità, tra profondità e superficialità. Matisse a Collioure.


Cibo per la mente, ma ogni tanto anche il pensiero corre al cibo: ho fame. All’Osteria Simon Boccanegra fanno panini e focacce farcite di un’infinità di cose e tagliate poi a fette di due dita e servite su un cestino con carta gialla. A ben pensarci anche quelle focacce segnarono un’epoca negli anni ottanta: le faceva il Boccaccio, tipo sgherro con baffoni e coda di cavallo corvina. Lo chiamavano tutti così, dal nome della sua paninoteca: un genio nel suo campo che poi mollò tutto: qualche avvistamento qua e là, e poi più nulla. Scomparso, e probabilmente riapparso altrove. Gutemberg Boccacccio: ma questa focaccia è pur sempre figlia di un’idea di qualche anno fa che non è passata, che è rimasta, in fondo nemmen tanto rinnovata.

Mangio quel che fotografo e fotografo quel che mangio: non sarà che stai diventando un hikikomori? Bella domanda, ma dubito: ho un’idea del cibo come curiosità, come apertura, anche se si possono sbattere le porte in faccia al mondo e scomparire fino ad uccidersi di mangiare come quei quattro amici della Grande Bouffe ferreriana.


Siamo alla fine: Matisse, ricordate? Anche il cibo è sempre un altrove, un passaggio di tempo, una corrente tra cuoco e avventore, senza sostituzioni, soppressioni e funerali: solo scarti laterali, differenze nella continuità.
Per questo i panini, come i libri, tutti i libri, non moriranno mai. Chissà cosa ne pensano gli hikikomori.

Festival della Mente – Enrique Vila-Matas e Andrea Bajani – Da Gutenberg a Google
( dialoghi e suggestioni a proposito di Dublinesque – Feltrinelli – 2010)


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