Coronavirus, nuove norme e delivery: il rispetto per i morti non passa per l’indifferenza ai problemi dei vivi

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Coronavirus

di Marco Contursi

Chi mi segue su questo blog avrà notato un mio particolare interesse per l’evoluzione della normativa anticovid19 per le attività del settore ristorazione, e un aumento conseguenziale dei miei scritti. Questo succede perché da fiduciario di slow food, ho contatti quotidiani con operatori di questo settore dell’economia che definisco fondamentale per la tenuta economia dello Stato stesso, e quindi da “addetto ai lavori” ne scrivo con la speranza che chi decide possa, fosse pure per caso, leggere queste righe e riflettere su alcune posizioni assunte.

Partiamo sempre da alcune premesse:

Vediamo ora l’ultima decisione della Regione Campania che autorizza dal 27 aprile  la delivery ossia la consegna a domicilio di pizze e altro ma con alcune limitazioni fortemente penalizzanti.

A calce di queste considerazioni sulle ultime disposizioni per chi somministra vorrei ricordare sempre che solo un ritorno alla vita quasi come prima, sia come status mentale, sia comportamentale, eviterà la deblache economica e sanitaria conseguente. Dire “non è possibile” vuol dire accettare che da qui a 6-12 mesi ci saranno migliaia di disoccupati e morti per altre patologie, oggi non diagnosticate-curate.

Orecchie aperte: chi Governa spesso usa la strategia di sfruttare l’aspetto emotivo degli eventi molto più della riflessione. Parlare e mostrare decessi, ormai purtroppo avvenuti, (tralasciando il discorso per il momento, se evitabili in parte o meno), suscita paura e sgomento nelle persone e fa sì che le persone chiedano di tenere tutto chiuso, che non vadano in ospedale pure se hanno dolori in petto, che se la prendano con chi invece vuole lavorare. Risultato? L’economia va a rotoli, le persone muoiono per infarto perché non vanno al pronto soccorso, e si genera odio sociale, dove le persone invece di vedere le mancanze pregresse di chi amministra a tutti i livelli, se la prende con i poveri disgraziati come loro che chiedono solo di poter lavorare.

Quindi, tutti capiranno che il coronavirus non era il male peggiore, quando ormai sarà troppo tardi e la tenuta sociale ed economica dell’Italia sarà ormai irrimediabilmente compromessa.

Ultimo dato che ognuno interpreta come vuole, dati ufficiali dell’Istituto Superiore di sanità, aggiornati al 23 aprile, quindi non provate neanche a contestarli che mi incazzo: L’età media dei deceduti con Coronavirus (ossia di persone che l’avevano al momento del decesso) è 84 anni per le donne e 79 per gli uomini, inoltre su 23188 decessi in Italia con Coronavirus, concentrati nel 86% in 4 Regioni del Nord, solo 57 persone avevano meno di 40 anni e di questi solo 10 non avevano gravi patologie pregresse.

Domanda: Quanti saranno e che età avranno, i morti, tra 6-12 mesi, per patologie oggi non diagnosticate/curate, causa ambulatori ospedalieri chiusi e causa suicidi di chi non avrà di che sfamare i figli o vedrà anni di sacrifici nella propria attività commerciale, andare in fumo?

Ma mentre ce lo domandiamo, il tg trasmetterà l’ennesima intervista all’ultimo solone che predice scenari apocalittici futuri se non stiamo tutti a casa, zitti e muti. E il 90% di noi, dirà che ha ragione.

Ma io no, e non sto neanche zitto, ma lo scriverò finchè avrò forza e la speranza che le persone abbiano conservato un minimo di buonsenso e autodeterminazione.

Il rispetto per i morti, non passa per l’indifferenza verso i bisogni essenziali dei vivi. Ma nel chiedersi se una parte di quei morti poteva essere evitata e nell’evitare altri morti, per o non per, Coronavirus.


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